Mostre 
Höfische Malerei aus Indien, Meisterwerke
27 ottobre 2007 - 28 settembre 2008
Rietberg Museum, Zurigo


China landscape - in collaborazione con Kew Gardens
3 maggio - 27 ottobre 2008
British Museum, Londra


Tracing the Che School in Chinese Painting
1 luglio - 25 dicembre 2008
National Palace Museum, Taipei, Taiwan


Historical maps in Chinese Painting
19 luglio - 31 dicembre 2008
National Palace Museum, Taipei, Taiwan


Early Buddhist Manuscript Painting
29 luglio 2008 - 22 marzo 2009
The Metropolitan Museum of Art, New York


Mantegna (1431-1506)
26 settembre - 5 gennaio 2009
Louvre, Parigi


Konpira, sanctuaire de la mer
15 ottobre - 8 dicembre 2008
Musée Guimet, Parigi


Editoriale
Due parole che giudichiamo importanti
2006: SEGNI DI RIPRESA... E RESISTENZA.

I Segni di ripresa, in questo 2006. Ripresa che si è concentrata nei mesi che hanno seguito le elezioni politiche: come se l’appuntamento elettorale (al di là delle convinzioni di ognuno) sia stato vissuto come una soglia oltre la quale era nuovamente possibile allontanarsi d’Italia.

Segni di ripresa tanto più convincenti perché sono andati a sovrapporsi a una “campagna della paura” che la stampa internazionale ha alimentato, in formazione compatta. Oggi sembra tutto più lontano, quasi sfumato: ma l’anno 2006 - ricorderemo - si aprì con il panico diffuso a piene mani su una cosiddetta trasmissione dell’influenza aviaria agli uomini, poi con le febbri mortali dell’India, quindi con l’enfasi con cui sono state annunciate al mondo intero le posizioni iraniane su Israele. Posizioni deliranti e non accettabili, ma che da trenta anni vengono ripetute continuamente dalla stampa di regime in Iran e che quest’anno, improvvisamente, sono state presentate all’opinione pubblica come improvvisa novità e inatteso pericolo.

Il mondo del turismo, o forse quello dei nostri amici, ha probabilmente giudicato che si era superata la misura della credibilità e ha ricominciato a muoversi con la maturità e la saggezza che fanno parte della nostra grande tradizione. Che un gruppo di Viaggi di Cultura si sia recato in Iran e ne abbia goduto pienamente mentre la stampa italiana diffondeva a piene mani panico è episodio che ci riempie di orgoglio.

Da molti decenni gli allievi di Marshall McLuhan e Walter Ong (primi grandi studiosi del mondo dei media e del ‘villaggio globale’) avevano suonato la campana d’allarme. Il mondo creato dai media e dominato dalla televisione - scrissero alla fine degli anni ’50 - sarebbe stato caratterizzato da informazione massificata e banalizzata e da un generale regredire della razionalità per un ritorno - descritto come pericoloso e inquietante - di una emotività irrazionale, primitiva.

Sembravano fantasie letterarie: oggi ci siamo in pieno. Il panico legato a epidemie inesistenti è diventato norma: dalla SARS in poi non si contano nemmeno più i «flagelli epocali» annunciati e puntualmente scomparsi in una bolla di sapone.

Il degrado culturale è ormai quotidiano: personaggi che negli anni di Parise e Montanelli non avrebbero potuto aspirare ad altro ruolo che quello di fattorino oggi pontificano su Gesù o il Fascismo. Negli anni ’70 si discuteva sui testi di Renzo de Felice e di Bertrand Russel. Oggi sui testi di Bruno Vespa, Corrado Augias e Lili Gruber…

È forse in opposizione a questa deriva che i nostri amici hanno veduto nella cultura un’àncora di salvezza? È probabile. Da questa melma, non c’è dubbio, se ne esce in un solo modo: con la cultura. E, naturalmente, ogni processo di arricchimento culturale è operazione articolata e complessa: da cinquantaquattro anni Viaggi di cultura ne è parte integrante.

L’andamento del 2006 riflette, in un crescendo continuo, questa richiesta che è diventata quasi sete: cultura e non spettacolo. Richiesta di informazioni, letture, testi, riflessioni. Non sorprenda in questo contesto quanto accaduto pochi giorni or sono. Scriviamo queste note all’indomani dell’ultimo grande successo di Viaggi di cultura, Berlino. Berlino ha significato l’apertura di una nuova pagina: ogni giorno fino a sette diverse visite condotte da professori italiani. Sicché alla mattina era possibile ascoltare un architetto sull’architettura neoclassica berlinese, al pomeriggio un archeologo sulla ceramica attica e a sera discutere con un islamista o con un esperto di arte della Cina. Un successo pieno, convincente: nell’altissimo livello culturale, nell’entusiasmo degli iscritti, nel polverizzarsi del gruppo in molti piccoli gruppi che sono l’essenza stessa dei viaggi di qualità (I gruppi di quaranta persone, confort da gita scolastica, non fanno per noi e per i nostri amici).

Quali le prossime mete? Madrid, forse New York, Parigi… è un mondo intero che si spalanca davanti ai nostri occhi. Un mondo di arte e di cultura che siamo lieti di mettere a disposizione dei nostri amici. E, d’altronde, è assai probabile che quello che sta accadendo con Viaggi di Cultura sia riflesso di qualcosa di più ampio, che abbraccia la società italiana. Come se dopo anni di incertezza e di silenzio stia facendo capolino la voglia di fare e consumare cultura, cultura vera. È la fine di questa ventennale dittatura dello spettacolo sulla cultura? Certamente no: piuttosto sembrerebbe di poter dire che è scattata una sorta di autodifesa. Come se una parte della società italiana, una volta deciso di spengere la televisione, scelga con maggiore attenzione i film da vedere, i libri d leggere, si rifiuti di cascare nell’ennesima trappola di mostre che tali non sono. A questa società di “resistenti” Viaggi di Cultura è lieta di dire, per il cinquantaquattresimo anno di fila, «Anche quest’anno potrete contare su di noi.»

E ancora grazie, ma proprio grazie, a tutti coloro che hanno rinnovato l’abbonamento. Stefano Cammelli