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Intervista

Perché un libro come 'La Maschera di Pacal'?
L'autore e Paul Gendrop
Indigeni: tra sfruttamento vero e storia mal fatta
Pacal e Palenque
Leggi il Capitolo 1


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The Mask of Pacal
La maschera di Pacal
Pendragon, Bologna, 2005

Fine del 1985: nel Museo Nacional de Antropología di Città del Messico viene compiuto un furto non particolarmente difficile, ma di audacia estrema. Non è difficile perché non c'è alcun sistema di sicurezza; è audace perché i reperti trafugati sono di tale celebrità che nemmeno il più spregiudicato collezionista oserà acquistarli. Che senso ha un furto come questo? Il governo messicano, saldamente in mano in quegli anni alla dittatura del Partito Rivoluzionario Istituzionale, non ha dubbi: si è trattato di un ricatto compiuto dal narcotraffico: una minaccia che è al tempo stesso innocua e di altissimo profilo. Così il caso viene affidato agli ispettori anti-droga della polizia federale messicana, gli stessi che da lì a qualche anno diventeranno collaboratori della neonata DEA (Drug Enforcement Administration).

Muove da questo frammento di realtà il romanzo di Cammelli, conoscitore attento del Messico, collaboratore e amico di archeologi messicani (a uno dei quali il libro è dedicato). Il lettore immagina di essere di fronte a un poliziesco su sfondo culturale. È un'illusione che scompare quasi immediatamente, ci si accorge infatti che Cammelli ha costruito un giallo per parlare di cultura, ha seguito una pista narrativa nota per parlare di ciò che è largamente ignoto: il mondo pre-colombiano e la sua cultura. Operazione inconscia? Neanche un po'. Cammelli racconta egli stesso come, all'ennesimo rifiuto editoriale di pubblicare un testo sulla cultura e la storia dei Maya ( “Non interessa a nessuno, non ha mercato”) decise di avvalersi di un formato riconosciuto, (il giallo e romanzo storico al tempo stesso) per trasformarlo in una riflessione di grande spessore sul mondo Maya, sulla cultura precolombiana. Su ciò che era l'America prima del tragico arrivo dei bianchi.

È riuscito Cammelli a scrivere un giallo e a fare cultura senza che l'uno dei due aspetti avesse il sopravvento sull'altro? Pare proprio di potere dire di sì.

L'America indiana, diventata simbolo delle sconfitte, delle miserie, dei sorprusi, l'America indigena in perenne tensione tra il sogno di improbabili rivolte (Che Guerava) e l'impietoso fallimento delle sue rivoluzioni (Cuba), emerge nelle pagine di Cammelli all'apice della sua gloria e del suo splendore. Quando non era un mondo di sconfitti, ma il trionfo di imperi degni di reggere il confronto con le altre grandi civiltà del mondo antico. Una cultura capace di riflessioni filosofiche di estrema complessità che sole sono in grado di spiegare l'imponente architettura, la sistemazione di grandi aree cerimoniali, il coordinarsi dei popoli in una lettura del cielo così raffinata da essere stata superiore a quella di qualunque altra cultura al mondo fino ai giorni di Galilei e Keplero.

Il giallo di Cammelli, come nella migliore tradizione giallistica, riesce a tenere salda l'attenzione del lettore spostandola tra musei, gallerie d'arte, antiquari di Messico e degli Stati Uniti. E sebbene questo mondo affascini e sorprenda, il lettore si scopre a seguire con maggiore intensità la costruzione della grande tomba del principe Pacal, l'insieme di valori religiosi, umani e civili che in essa si condensa. Un giallo, con ritmi intensi e tensioni vere. Ma, soprattutto, l'affresco di un mondo ormai scomparso tracciato in modo così nitido e profondo da diventare e una vera e propria introduzione a un viaggio in Messico e Guatemala. La guida - la guida profonda - che il mondo Maya attendeva e che non era stata ancora scritta.

Il romanzo - scritto tra il 1988 e 1990 - è stato pubblicato per la prima volta nel 2005.